Crisi dei rifugiati senza concetto?

di Hermann Ploppa

La cosiddetta «crisi» dei rifugiati è una catastrofe umanitaria senza precedenti nella storia dell’umanità. Sessanta milioni di persone fuggono dal loro ambiente d’origine. La maggior parte di loro vegeta in immensi campi di tende, malnutrita e senza vestiti appropriati. Sovente vegetano in questi campi fino alla fine della loro vita, derubati della libertà, sebbene non abbiano mai commesso nessun reato. Circa due milioni di queste persone sradicate hanno la forza, i soldi e le relazioni verso l’esterno necessari, per tentare di chie dere asilo in un altro paese. Questo esercito di sradicati ogni giorno aumenta dell’incredibile numero di 43’000 persone. A partire dal 2010 il loro numero è quadruplicato, e questo esodo è in continua crescita.
An_Aerial_View_of_the_Za'atri_Refugee_CampLa maggior parte di questi rifugiati resta nel proprio paese d’origine, sovente in un’altra provincia. Quasi tutti coloro che devono fuggire in un altro paese sono accolti da paesi
poveri, con strutture sovente fragili. Con 1.6 milioni di rifugiati la Turchia è campionessa del mondo. Mentre la Turchia approfitta di un’economia in piena espansione, e con l’an
dare del tempo può integrare i rifugiati nella società, paesi come la Giordania e il Libano,
a causa della mancanza di risorse, non hanno grandi prospettive per il futuro. Il Libano conta circa 4,5 milioni di abitanti e si occupa di più di un milione di profughi. Non si capisce come questo piccolo paese, tormentato dalla guerra civile, sia in grado di sopportare questo enorme peso senza aiuti esterni.
Solo una piccola parte di questi sradicati trova la via verso l’Europa. Si tratta generalmente di persone giovani, dotate di mezzi finanziari e capaci di sopportare considere voli sforzi, sia fisici che psichici. Sono i privilegiati, nel mezzo di queste popolazioni disgraziate, prive di beni e diritti. Mentre che il Libano, l’Uganda, il Ciad o la Giordania devono occuparsi di milioni di rifugiati, la ricca Europa si trova confrontata con diverse centinaia di migliaia di esiliati. Compito fattibile – se attualmente l’Europa, a seguito dei diversi fattori che elenchiamo, non fosse incapace di agire: Alla classe politica europea mancano concezioni
Per prima cosa la classe politica europea non ha l’ombra di un’idea sul come reagire a questo esodo. Alcuni Stati costruiscono di nuovo muri, altri lasciano passare in piena anarchia i flussi di rifugiati diretti verso il nord. Quanto alla Germania è rimasta bloccata a causa della mancanza assoluta di una politica d’immigrazione.
Ugandan_childrenA lunga scadenza in questa terra promessa possono immigrare solo coloro che hanno inoltrato una domanda d’asilo e che quindi possono provare di essere perseguiti per una ragione o per l’altra. Ciò significa che, se la legge è applicata severamente, solo un esiguo numero ne potrà approfittare. La Germania, copiando la famosa «greencard» americana, tenta di attirare specialisti altamente qualificati per formare i quali un altro paese, di solito un paese povero del terzo mendo, ha pagato le grandi spese di formazione e l’economia germanica spera così di potere approfittare gratuitamente della formazione di questi rifugiati. In questo contesto il ministero degli affari esteri si accontenta di precisare che «La Germania non è un paese d’immigrazione classico come per esempio gli USA, il Canada e l’Australia, che fissano quote annuali d’immigrazione». Ora però la politica, i media e soprattutto l’economia reagiscono all’afflusso di rifugiati come se in Germania esistesse un diritto all’immigrazione: ovunque si afferma che nella popolazione tedesca dei prossimi decenni ci saranno troppe persone anziane e pertanto le generazioni future non sarebbero in grado di finanziare il sistema delle pensioni.
Per questo motivo la Germania può accogliere senza difficoltà alcuni milioni di rifugiati per
il proprio mercato del lavoro. Improvvisamente si scoprono ovunque appartamenti vuoti tanto che alcune voci affermano, che si potrebbero far rivivere le regioni deserte della Germania orientale, come fu il caso ai tempi degli Ugonotti.

La Germania senza una struttura sociale del consenso

Possono realmente colmare senza problemi le lacune delle strutture demografiche tedesche, i milioni di esseri umani traumatizzati, provenienti da culture straniere con usi e costumi totalmente diversi? Gli specialisti nutrono seri dubbi. Ma forse l’ostacolo potrebbe essere sormontato, se la Germania possedesse ancora una cultura sociale del consenso funzionante e degli ingranaggi bene adattati che funzionano senza attriti. Una Germania degli anni 60 o 70, dunque. Ma nel frattempo la società ha subito dei cambiamenti – non sempre in positivo. La politica di Schröder dell’agenda 2010, la rovina sistematica del bilancio dello Stato, il ritiro della politica da ogni concezione proattiva della società, la paralisi delle strutture di diritto pubblico e delle cooperative: tutti questi fattori fanno sì che l’immenso lavoro richiesto per l’integrazione di milioni di rifugiati non abbia nessuna possibilità di riuscita. La collaborazione armoniosa fra diversi gruppi sociali si è trasformata in una lotta accanita per le risorse, sempre più scarse. La commercializzazione senza pietà del radicalismo di mercato reale ha portato milioni di lavoratori nell’incertezza del posto di lavoro.
Inoltre il sociologo Heinz Bude ha descritto in un importante articolo apparso recentemente, che milioni di persone vegetano con impieghi a salario basso come «proletariato dei servizi», senza nessuna speranza di migliorare la propria situazione finanziaria (in cifre: 900 a 1100 euro al mese per un impiego a tempo pieno). Il verdetto è chiaro: pulire latrine per tutta la vita professionale, distribuire pacchi, vivere nelle cabine di autocarri lontani dalla famiglia o sollevare anziani e malati dai loro letti. A questi proletari dei servizi si aggiungono, quali potenziali alleati di una futura guerra di classe, i diplomati universitari che non sono riusciti a integrarsi nel mondo del lavoro e ad assicurare il proprio sostentamento. Così la Repubblica federale tedesca dal punto di vista dei ceti sociale si è avvicinata molto agli Stati Uniti d’America. Basta gettare un colpo d’occhio nei libri di storia per comprendere a che punto, a partire dalla seconda metà del 19esimo secolo, gli USA abbiano subito a diverse riprese ondate migratorie di popolazioni sempre diverse, che hanno destabilizzato il mondo operaio indigeno. Gli immigrati minacciavano come concorrenti il livello di vita conquistato faticosamente dalla popolazione locale. In seguito alla costante diminuzione dei salari, dovuta all’abbondante offerta di mano d’opera, la popolazione ha reagito regolarmente con massacri e linciaggi.

I media hanno creato un enorme potenziale di violenza

Gli spodestati e gli sfruttati del proletariato dei servizi in Germania potrebbero ben presto reagire allo stesso modo. I media vi hanno contribuito – consciamente o inconsciamente
è ancora da vedere – formando da molti anni giovani che fino al 18esimo anno di età
hanno consumato virtualmente più di 36’000 omicidi, per televisione, film o videogiochi
(«Egoshooter»). Per fortuna che di tanto in tanto nelle scuole si trova il tempo per qual
che ora di istruzione sociale, altrimenti si esporterebbe dal mondo virtuale al mondo
reale l’impressione che nella società industrializzata moderna domini la pura logica
dell’età della pietra.
Inoltre la stampa scandalistica coltiva sistematicamente l’invidia di gruppi di popolazione e di categorie professionali, aizzando gli uni contro gli altri, secondo la vecchia e efficace ricetta di Giulio Cesare «dividi e impera». E ora si sta arrivando al punto dove la quantità di violenza virtuale arrischia di trasformarsi in qualità reale di violenza.
Quando il Sindacato dei macchinisti ferroviari ha realizzato uno sciopero ferroviario, che indiscutibilmente ha colpito gli utenti, si poté leggere un messaggio su Facebook che bisognerebbe spedire con un treno tutti i macchinisti alla camera a gas. Questo messaggio di odio è stato sostenuto da 22’000 «likes», vale a dire che un gran numero di utenti di
Facebook sostenne l’idea. Quando a Garzweiler, nel Nordhein-Westfalen, militanti della protezione della natura hanno protestato contro l’estrazione della lignite, furono bombardati da messaggi sadici pieni di odio, secondo i quali si dovrebbe passare sopra di loro con una locomotiva o addormentarli come animali, ecc. Si è poi scoperto che questi messaggi erano stati inviati da collaboratori della multinazionale dell’energia RWE, implicata nell’estrazione della lignite menzionata. Concludendo durante una manifestazione del lunedì del movimento anti islamico Pegida a Dresden si sono installate due forche: l’una, come si poteva dedurre dalle scritte, era dedicata alla cancelliera Merkel. L’altra al suo vice Gabriel.
Provocazioni mirate Il crescente isolamento della gente provoca reazioni simili a disturbi paranoici della personalità. La situazione diventa ancora più pericolosa ed è come gettare olio sul fuoco se rifugiati di guerra traumatizzati incontrano cittadini disorientati. Se si sospetta che tutti i rifugiati sono deturpatori di bambini, ladri di bottega e stupratori, o facenti parte in un modo o nell’altro allo Stato islamico (IS), ci troviamo di fronte a provocazioni mirate. Non si dovrebbe per tanto dimenticare che il 99% delle vittime della violenza dello IS sono mussulmani. Ma per i gerenti del sito internet «Politically Incorrect» sembra chiaro che i tedeschi prossimamente saranno vittime del terrore IS, pronosticando per il 2016 lo scenario seguente:

«Bastano poche armi da fuoco per permettere a un combattente dell’IS di uccidere in questa Germania ingenua, da 20 a30 persone al giorno – almeno per il primo giorno, ammesso che l’attacco sia di sorpresa. Con 250’000 uomini ciò significa 4-5 milioni di morti in 24 ore, cosa che sembra assolutamente possibile. Prima ancora che la Bundeswehr abbia potuto (o voluto) reagire, in una settimana si potrebbero avere una decina di milioni di morti, con una adeguata munizione.»

Il ruolo degli «anti-tedeschi»

Essi non si mobilitano solo negli ambienti politici di destra. Da circa 15 anni la sinistra classica è stata infiltrata sistematicamente da forze misteriose che si dichiarano «anti-tedesche». La sinistra tradizionale è stata marginalizzata da un’operazione di gruppo raffinata quanto professionale di questo movimento. Ora gli antitedeschi si mobilitano in modo sempre più aggressivo contro i cosiddetti «teorici della cospirazione» e contro i «populisti di destra». Così vengono chiamati coloro che osano criticare la politica del governo USA o di Nethanyahu in Israele. Uno dei loro bersagli per esempio è lo storico svizzero Daniele Ganser, il quale ha osato confrontare le affermazioni ufficiali del governo Bush inerenti l’attacco dell’11 settembre con altri tentativi di spiegazione. Quando poco tempo fa l’università Witten-Herdecke invitò lo storico svizzero per una conferenza, gli antitedeschi, composti da giovani socialisti, giovani verdi, antifascisti e Pirati, tentarono di imporre all’università l’annullamento della conferenza prevista, ma la direzione dell’università tenne duro e non si lasciò mettere sotto pressione. Visto i numerosi partecipanti venuti alla conferenza di Ganser, gli antitedeschi, più non osarono attaccare la riunione.
Non trovando appoggio presso la popolazione, gli antitedeschi concentrano le loro attività nelle università tedesche, assillando la giovane generazione universitaria, che un giorno sarà chiamata ad assumere funzioni direttive, con tetre dottrine di peccato originale di stampo vecchio testamento: siccome hanno ucciso sei milioni di ebrei, i tedeschi non avrebbero più il diritto di esistere come nazione. Nella lingua dell’unica potenza mondiale rimasta sui muri grigi delle università tedesche si leggono iscrizioni come: «No Border, No Nations» o semplicemente in tedesco: «crepa Germania!» e «Aprite le frontiere dell’UE!».

Strategia dello shoc: espropriatori radicali del mercato all’opera

Il motivo di delegittimare, di negare il proprio diritto all’incolumità e alla dignità, si manifesta sempre quando si violano le acquisizioni di gruppi di popolazione o di intere nazioni. Benché nella maggior parte dei casi siano essi stessi vittime dello IS, i mussulmani nel loro insieme sono sospettati d’ufficio del fenomeno terroristico. Anche gli abitanti della ex Repubblica democratica tedesca furono sospettati massicciamente di essere stati agenti della Stasi. Scioccati da queste insinuazioni inopportune le banche occidentali si sono impadronite delle imprese del popolo. Si rende responsabile la popolazione svizzera del comportamento amorale delle loro grandi banche, per poi impadronirsi a lunga scadenza dell’immensa fortuna delle cooperative degli Svizzeri.
Attualmente si requisisce una grande quantità di installazioni comunali e civili dei comuni tedeschi per sistemarvi i profughi. Chi si oppone a queste procedure è tacciato subito da xenofobo. Con l’aiuto dei cosiddetti «volontari della sicurezza» l’estrema destra organizza azioni per mettere in cattiva luce le preoccupazioni dei cittadini. È evidente il sospetto che si utilizzi una volta di più la «Strategia dello shoc» che Naomi Klein ha descritto così bene nel suo omonimo libro. Ella descrive come gli espropriatori difendano il radicalismo di mercato utilizzando le catastrofi come tsunami o terremoti per sfruttae più tardi le regioni distrutte secondo i loro piani. Così è successo in Sri Lanka, dove dopo lo tsunami i pescatori sono stati scacciati, per poter costruire indisturbati gli impianti turistici lungo le magnifiche spiagge tropicali. Un altro esempio è New Orleans, che dopo l’uragano Katrina è stata ricostruita secondo i piani del radicalismo di mercato. Secondo questo modello la crisi dei rifugiati potrebbe servire per riorganizzare la topografia sociale della Germania, approfittando dello shoc generale della popolazione tedesca: si potrebbe cioè minare la convivenza della popolazione con la chiusura di centri comunitari e con una spartizione oscura delle prestazioni sociali.
Turkey_04Ecco, il cerchio è chiuso. Manca la risposta alla domanda: come mai né la burocrazia dell’UE né il governo federale della Germania non sviluppino un concetto credibile, di come risolvere a lungo termine questo flusso di rifugiati in continua crescita? L‘immigrazione di milioni di persone senza una legge in merito – questo non ha niente a che vedere con la gestione della crisi.
Un piano Marshall per ricostruire i paesi distrutti Niente è più urgente di una pianificazione a lunga scadenza. Se non vogliamo immergercinella lotta delle culture predicata da Samuel Huntington, siamo condannati a sviluppare un simile concetto, che potrebbe avere la forma seguente (avendo pronta una proposta, si può almeno discutere su qualche cosa di concreto!): una prima tappa è quella di varare leggi che proibiscano l’esportazione di armi.
Qui è richiesta l’azione del governo tedesco, poiché la Germania è ancor sempre il quarto
esportatore mondiale di armi. In un secondo passo naturalmente gli autori delle distruzioni devono risarcire i danni, similmente all’industria del tabacco negli anni Novanta del secolo scorso. I pagamenti delle riparazioni vanno versati su un conto fiduciario della International Development Bank (pendant del IWF degli Stati BRICS). Con questi soldi si istituisce un Piano Marshall per la ricostruzione dei paesi distrutti. Partendo dall’idea che la maggior parte dei rifugiati sarebbe felice di poter rientrare un giorno nel proprio paese caldo, bisogna dare loro la possibilità di acquisire già nei paesi ospitanti una formazione idonea, che permetta loro al ritorno di partecipare in modo adeguato alla ricostruzione della loro patria. Da ultimo il governo federale deve fare i suoi compiti, dandosi da fare per dare il via ad una legislazione che regoli l’immigrazione.
Così ai futuri nuovi concittadini si potranno presentare in modo trasparente e sincero i criteri che permettano loro di ottenere l’ambito passaporto tedesco. È evidente che prima o poi il battello sarà pieno. Se la Germania e i suoi paesi vicini dell’Europa centrale vogliono garantire a lunga scadenza una vita dignitosa ai loro abitanti, che non vanno sottomessi a una lotta darviniana per la sopravvivenza. La cancelliera federale Merkel sa molto bene perché nel 2011 ha rifiutato di partecipare all’attacco contro la Libia, in contrasto con il diritto internazionale. Sapeva che distruggendo l’ordine statale di quel paese si sarebbero bloccate tutte le possibilità di affrontare in modo coordinato i flussi di rifugiati verso le frontiere dell’Europa.

Come mai la signora Merkel ora lascia entrare i rifugiati nel suo paese senza alcun controllo? A quali pressioni è sottoposta, per agire in tal modo, contro il buon senso?

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